La nave di Teseo (E.P.)

Come qualcuno mi fa notare, in questo periodo sono in vena di “pipponi mentali”, ma evidentemente sono in buona compagnia visto che il mio amico Edoardo si è premurato di farmi avere il suo. Naturalmente non poteva che innescare un meccanismo pericoloso, per il quale i pipponi mentali si richiamano a vicenda, ed è così che ho scritto un commento pipposo al suo pippone. Buona lettura. (M.M.)

Il paradosso della nave di Teseo suppone che la nave appartenuta al famoso eroe venga tenuta ormeggiata al molo come un pezzo da museo. Col passare del tempo però, le parti di cui è composta che incominciano a deteriorarsi vengono sostituite con nuove parti, fino a quando, trascorsi gli anni, delle parti originali non ne rimane più traccia. La domanda insita in questo paradosso è: la nave le cui parti sono state interamente sostituite è ancora la nave originale oppure è una copia?

La prima volta in cui lessi questo paradosso, ritenni la risposta così scontata che non capii come qualcuno potesse essersi posto il problema: naturalmente la nave le cui parti sono state sostituite per intero non è più la nave originale, ma nient’altro che una riproduzione, in quanto vengono a mancare i presupposti stessi dell’originalità. Tecnicamente non sarebbe più stata del tutto originale anche se avessero sostituito una soltanto delle sue componenti, al massimo sarebbe stata una nave restaurata con metodo non conservativo. Qualora avessero voluto mantenerne l’originalità, infatti, avrebbero dovuto conservare le parti originali prendendo tutte le possibili precauzioni affinché non si deteriorassero (atmosfera protettiva, sostanze chimiche che ne ritardassero il deterioramento, ecc…).

Poco dopo, ripensando a questo paradosso, mi vennero però in mente implicazioni ben più profonde e di più difficile risoluzione, se lo si fosse trasposto sugli esseri umani e nello specifico, al concetto di identità. Immaginiamo quindi, un mondo futuro, un mondo in cui per mezzo della tecnologia, sia possibile estendere la vita umana e la capacità di ricordare, oltre limiti prima impensabili. Per ottenere ciò il mondo della fantascienza ci offre innumerevoli possibilità, ma prendiamone una in particolare: la sostituzione di tutti i tessuti umani, compresi quelli cerebrali, con una variante sintetica e molto più duratura. Questa tecnica prevede il potersi iniettare nel corpo delle nano macchine (ma anche virus o batteri modificati vanno bene lo stesso) le quali, una volta entrate in circolo, operano come segue: individuano una cellula e, dopo averne fatto una copia identica nell’aspetto e nelle funzioni, eliminano l’originale. Questo non avviene solo con i tessuti muscolari, scheletrici o connettivi, ma anche e soprattutto con quelli nervosi. Ne deriva che tutti gli ammassi cellulari nei quali sono custoditi i nostri ricordi, ma anche le complesse strutture che regolano la nostra reazione agli stimoli esterni, ovvero il carattere e gli atteggiamenti, vengano duplicati, e l’originale eliminato.

Questo processo, tuttavia, è estremamente lento e graduale e colui che lo sta vivendo non si rende minimamente conto che esso sia in atto. Ne deriva che nell’arco di qualche tempo ogni singola cellula del corpo, comprese quelle che determinano la coscienza ed i ricordi, siano sostituite da copie sintetiche. Questa persona si comporterà esattamente come si comportava prima del processo, amerà le stesse persone, avrà gli stessi ricordi delle stesse esperienze, percepirà il mondo e reagirà agli stimoli esterni esattamente nello stesso modo in cui avrebbe reagito se nulla fosse accaduto. Sarebbe quindi questa persona la stessa di prima? Sì? No?

Ora, cosa cambierebbe se il processo si svolgesse diversamente? Ovvero, se la persona venisse duplicata istantaneamente e l’originale ucciso, senza che possa rendersene conto, nel momento stesso in cui la copia viene creata? Di primo acchito si potrebbe dire che sono due cose completamente diverse, ma i dubbi inizierebbero a sorgere nel momento stesso in cui ci si rendesse conto che la sola differenza che sussiste tra un processo e l’altro è che uno si verifica in maniera graduale e l’altro istantaneamente. D’altronde, in entrambi i casi tutto ciò che costituiva l’originale, ogni singolo elemento, è stato eliminato. È quindi la gradualità ciò che rende una situazione paragonabile ad un “upgrade” e l’altra un omicidio? Ricordo che entrambe le copie sono diverse dall’originale nella biologia, ma identiche in tutto e per tutto all’originale nel modo di comportarsi e ricordare e, soprattutto, identiche tra di loro.

Questo paradosso ci porta a considerazioni in merito a cosa ci rende ciò che siamo: è la coscienza? Ma cos’è la coscienza se non un modo di reagire agli stimoli esterni determinato, in modo molto prosaico, da una combinazione di sostanze chimiche in varie proporzioni, e dalla presenza di una struttura che ha molto più in comune con la meccanica di quanto non abbia con la concezione cristiana dell’anima (una sorta di “software” di natura non ben definita)?

Con questi presupposti, entrambe le situazioni sopra presentate dovrebbero apparirvi uguali: ma allora perché accogliereste con gioia ed eccitazione la possibilità di un notevole miglioramento della vostra condizione fisica (specie se indolore) e solo l’idea di poter essere prima duplicati, e poi uccisi, vi fa accapponare la pelle? Non dovrebbe essere la stessa cosa? Oppure la differenza non sta solo nel metodo, ma c’è qualcos’altro? Vi è forse la possibilità che la definizione di coscienza utilizzata come presupposto delle precedenti affermazioni sia da considerarsi errata?

Ora, facciamo un’altra ipotesi. Siamo nel secondo caso, ovvero in quello in cui venite duplicati e poi uccisi: ipotizziamo che nel processo qualcosa vada storto e voi, o meglio, il voi originale, sopravviva. Ci si ritroverebbe ad avere due di voi esattamente uguali in tutto e per tutto. Legalmente come dovreste essere visti? Chi dei due avrebbe diritto su cosa dell’altro? Immediatamente uno penserebbe che sia l’originale il vero depositario di tutti i diritti, ma ciò significa quindi che alla copia dovrebbe essere negato ogni diritto sugli averi dell’originale? D’altronde la copia ha faticato tanto quanto l’originale per ottenere ciò che possiede ed ama i figli e la moglie esattamente allo stesso modo. Si vuol quindi negare la possibilità alla copia di tornare a casa ad abbracciare i figli, coi quali condivide tutti i ricordi e che ha contribuito a crescere? Senza dimenticare il fatto che creare una copia di sé stessi era esattamente nelle intenzioni dell’originale.

Tempo fa lessi un libro chiamato “L’età dell’Oro” di John C. Wright. In questo libro, ambientato in un futuro lontano, l’uomo è divenuto immortale, in quanto la sua coscienza è “salvata” in un cloud, e si muove sulla Terra attraverso il controllo da remoto di un “manichino”, una sorta di robot all’interno del quale si ha l’impressione di essere in un vero corpo. Tuttavia, ciò è possibile soltanto finché si rimane sulla Terra, ovvero alla “portata” del sistema che offre questo prodigioso servizio. Chi volesse viaggiare nello spazio avrà quindi come unica opzione quella di trasferire la propria coscienza per intero all’interno di un corpo reale ed effettuare il backup di sé stessi di tanto in tanto, per mezzo di una comunicazione via laser, verso la stazione di “vita eterna” più vicina. Il padre del protagonista aveva fatto proprio questo: aveva trasferito la propria coscienza in un corpo reale, per poter lavorare alla costruzione di un’astronave lontana dalla Terra, ma proprio mentre stava lavorando si era verificato un incidente: la nave in costruzione era esplosa e lui era morto mentre il trasferimento non era ancora completato. Il problema è che ciò che di lui era già stato trasferito era autocosciente e possedeva la stragrande maggioranza dei ricordi originali. Ne derivò che il figlio, desideroso di mettere le mani sull’astronave, dovette indire una feroce battaglia legale nei confronti di ciò che rimaneva del padre, per dimostrare che il padre non era più lui, in quanto aveva perso una parte di sé. Di conseguenza, il figlio era da considerarsi ereditiere ed il padre tecnicamente e giuridicamente morto.

Quando lo lessi non potei fare a meno di fare un parallelismo con il mondo reale: è come se qualcuno che avesse perso dei ricordi a causa di un incidente non fosse più ritenuto la stessa persona di prima e quindi privato di ogni diritto sui suoi possedimenti in favore dell’eventuale prole. Questo suona orribile e completamente immorale, ma ciò non vieta che un giorno, in una società profondamente diversa dalla nostra, i confini di ciò che determina ciò che siamo non vengano tracciati in una maniera del tutto dissimile a quella a cui siamo abituati.

Edoardo A. Pastore

IL FILO DI ARIANNA (M.M.)

Al di là di un eventuale futuro distopico in cui sia possibile salvare la propria “coscienza” (qualunque cosa essa sia) sul cloud, come nel caso del libro citato da Edoardo, le implicazioni del ricambio delle parti che costituiscono un “tutto”, e che ne determinano il suo essere “originale”, sono forse più attuali di quanto possa sembrare in prima istanza. Mi vengono infatti in mente due condizioni normalissime della natura umana: la crescita e il ricambio cellulare. Quando guardiamo una foto di noi da bambini, stiamo guardando la foto di un organismo totalmente diverso da noi, nell’aspetto, nella composizione e nell’interazione delle sue parti. Il nostro corpo cambia forma e sostanza più volte nel corso della vita, l’Io bambino è diverso dall’Io adolescente, così come l’Io adulto è diverso dall’Io vecchio. È per questa ragione che, a mio avviso, non esiste una definizione univoca di morte (evidentemente non intesa in senso medico), in quanto un individuo muore più volte nel corso della sua vita e l’ultimo passo, quello definitivo, quando cioè ogni sospiro di vita cellulare svanisce, non è altro che un ulteriore gradino di un naturale processo che giunge a compimento e che si è in realtà verificato più e più volte. Il mio Io bambino, pestifero e agitato, è svanito ormai da molto tempo e, seppure non sepolto in qualche luogo, è certamente morto e defunto, senza che nessuno ne senta la mancanza come si fa con la perdita definitiva di una persona cara. Osservate che è morto non solo in senso “allegorico”, ma anche in senso fisico. Come spiega il professor Paolo Piton, docente di patologia generale all’Università di Ferrara: “In un essere umano adulto ogni giorno muoiono dai 50 ai 100 miliardi di cellule. In un anno la massa delle cellule ricambiate è pari alla massa del corpo stesso. Ma in un organismo, non tutte le cellule hanno la stessa durata di vita: in un corpo umano le cellule della pelle vivono in media 20 giorni, quelle dell’intestino 7 giorni, i globuli rossi 120 giorni, quelli bianchi 2 giorni e le cellule neuronali e muscolari per tutta la vita. […] Ogni giorno si ha quindi un ricambio cellulare perpetuo, con cellule giovani che vanno a sostituire quelle vecchie.

Ogni traccia di ciò che ero 15 anni fa o più è pressoché svanita, in un ricambio delle parti che ricorda quello della nave di Teseo. Si può dire che io sia la stessa persona? Il Marco dei 4 anni è lo stesso di quello dei 24 anni? Si potrebbe obiettare che, come fa notare il professore, le cellule nervose e cognitive ci accompagnano per tutta la vita. In realtà, però, se ci pensate bene, un organismo è una cooperazione di cellule specializzate che lavorano insieme per un fine comune. Se pensate a un computer forse può essere più semplice capire ciò che intendo. Il PC sul quale sto scrivendo è composto da milioni di celle di memoria, da varie parti, dalla tastiera allo schermo, che lavorano insieme sotto la guida (pessima) di Windows 10. Se io decidessi di installare un altro sistema operativo, per esempio Ubuntu, il mio computer sarebbe formato dalle stesse parti di prima, che collaborano in maniera simile, ma differente rispetto a quanto facevano con il sistema operativo di casa Microsoft. Il mio computer, in quel caso, sarebbe lo stesso di prima? Così i miei neuroni sono connessi da sinapsi che permettono lo scambio di informazioni sotto forma di impulsi elettrici. Gran parte delle sinapsi presenti nel mio cervello all’età di 4 anni sono ormai mutate: alcune sono svanite, altre si sono rinforzate e altre ancora sono invece nate. Se quindi, come ha detto bene Edoardo, la coscienza altro non è che “un modo di reagire agli stimoli esterni determinato, in modo molto prosaico, da una combinazione di sostanze chimiche in varie proporzioni, e dalla presenza di una struttura che ha molto più in comune con la meccanica di quanto non abbia con la concezione cristiana dell’anima”, del mio Io bambino non solo non è rimasto più il corpo, ma nemmeno la coscienza. Sono quindi già morto almeno una volta, senza rendermene conto. Cos’è che fa di me sempre me stesso? Non lo so, Saramago diceva “dentro di noi c’è una cosa che non ha nome, e quella cosa è ciò che siamo”. Voi cosa siete?

Marco Moraschi

 

Links:

http://archivioscienze.scuola.zanichelli.it/in-evidenza/2011/02/28/morte-e-rinnovamento-cellulare/

https://www.nationalgeographic.com/magazine/2018/09/face-transplant-katie-stubblefield-story-identity-surgery-science/

 

MI SON PERSO NEL LABIRINTO (P.R.)

Francamente, cosa (e chi) sono non lo so. Me lo chiedo da settant’anni e ancora non sono riuscito a darmi una risposta soddisfacente: forse i miliardi di cellule che perdo ogni giorno, soprattutto quelle cerebrali, sono più di cento, e questo mi crea una grossa confusione. Ho deciso da un pezzo di adottare come motto la battuta (ma non era una battuta) di Sholem: “Io non ho una biografia, ho una bibliografia”. Ovvero, sono quello che ho esperito (fisicamente, psicologicamente, sentimentalmente), quello che ho letto, quel che ho pensato in questi settant’anni.  Vuol dire tutto e niente, e questo si presta perfettamente alla bisogna. A dispetto della senile passione per le scienze ho un retroterra profondamente umanistico, e tendo a considerare il corpo, con tutte le sue cellule che trafficano e si sbattono e si riproducono e muoiono, e le conseguenti trasformazioni morfologiche e pulsioni ed eccitazioni (ahimè, un ricordo!) e, molto prosaicamente, i mal di schiena e gli affaticamenti (questi, invece, molto attuali) come un veicolo per la mia dotazione “libraria”: uno di quei bibliobus che si vedono nei telefilm scandinavi o australiani.

Fuor di metafora: penso che noi siamo uno e centomila (il nessuno lo escludo), non nell’accezione pirandelliana di come ci vediamo noi e come ci percepiscono gli altri, ma in quella bio-psicologica di entità in continua evoluzione (significato neutro, che allude solo al cambiamento, involuzioni incluse), che conservano tuttavia una identità di fondo. Un po’ come la Golf, per capirci.  In questo senso, avrei qualche obiezione alla lettura “meccanicistica” che Marco sembra adottare (sia pure con la giusta elasticità). Sarà pur vero che ”l’Io bambino è diverso dall’Io adolescente, così come l’Io adulto è diverso dall’Io vecchio”, e tuttavia tanto morfologicamente che psicologicamente l’adolescente, l’adulto e il vecchio non sono determinati solo da un programma già caricato nei nostri geni ma anche, e in misura rilevante, dagli scarti dal programma e dagli accidenti esterni, cui conseguono scelte interiori,  sulle quali incidono, al di là della naturale disposizione di ciascuno, il tipo di opzioni offerte. A me da ragazzino regalavano i libri di Salgari, e si sente, mentre Edoardo deve essersi trovato in casa l’intera collezione di Urania (e si sente anche questo). Il materiale era quello, la scelta riguardava l’uso da farne. Credo si chiami epigenetica, e se non è proprio quella, è una parente.

Voglio dire che c’è un programma iniziale, e poi ci sono le contingenze e le occorrenze esterne che ne condizionano lo svolgimento (come a scuola, insomma), ma c’è anche un fattore incognito che è sì frutto della combinazione dell’uno e delle altre, ma in realtà la trascende: così che il risultato è diverso (in positivo o in negativo) dalla somma degli addendi. Questo vale anche a livello fisico: il mio io bambino, rotondetto e pacifico, non piaceva molto al mio io adolescente, che si è imposto una svolta più tonica e battagliera. Sulla spinta dell’abbrivio l’io adulto ha finito per non avere più terraferma e quello vecchio rompe ora le scatole perché si ostina a voler reggere certe velocità.  Nel frattempo chissà quante generazioni di cellule si sono avvicendate, ma credo che sui ritmi dell’avvicendamento e sulle scelte di rottamazione abbia avuto il suo peso quella svolta, cioè un certo tipo di auto-coscienza e una certa determinazione ad assumere un parziale controllo del processo.  Dovrebbe essere questa la “cosa che non ha nome” di cui parla Saramago: noi siamo il prodotto di un banalissimo (insomma) egoismo “di specie”, siamo poi soggetti all’arbitrio del caso, ma ci ritagliamo entro tutto questo uno spazio di scelta, ovvero di libertà, e quindi di responsabilità.  Noi siamo essenzialmente quello spazio: sia come singoli individui che come specie umana, momentaneamente egemone, siamo dunque responsabili (nell’accezione  positiva e in quella negativa).  E già il Marco di 4 anni si preparava, magari a suo modo (molto a modo suo), magari sperimentando in un laboratorio “tutelato” gli effetti dell’irresponsabilità, ad essere il Marco “responsabile” di 25 anni. Evidentemente la muta delle sinapsi ha funzionato meglio del cambio-gomme alla Ferrari e le informazioni hanno preso la strada giusta. Le sostanze chimiche (il carburante), gli impulsi elettrici e la struttura meccanica ci stanno tutti, ma il fine comune delle cellule, il traguardo, a questo punto non è più solo l’adeguamento al naturalissimo e sacrosanto processo di nascita-riproduzione-morte comune a tutte le creature, bensì l’ “individuazione”, attraverso l’autocoscienza e il suo allargamento a “coscienza”, di quella particolare creatura di nome Marco.

Bene, ecco lì che il pippone paventato proprio da Marco è gonfiato a dismisura. Conviene tornare da dove siamo partiti, al futuro prospettato da Edoardo. Confesso che alla prima lettura mi avevano colpito, più che l’assunto generale, alcuni aspetti che trovo di fosca attualità. Darei per scontata ormai l’esistenza (e la pervasività) degli androidi organici, quelli che in Blade Runner sono chiamati replicanti. L’ultimo successo della Lego, la produzione (in crescita esponenziale) di copie in 3D dell’omino Di Maio, con giacca blu d’ordinanza,  camicia bianca, capelli scolpiti a bassorilievo e faccette dentali a luce alogena, ha sciolto ogni dubbio. Purtroppo si sono dimenticati di distruggere l’originale.  La novità sta piuttosto nella possibilità di sostituire i tessuti cerebrali con omologhi sintetici (a dire il vero, il sospetto che siamo già oltre la fase della possibilità lo coltivo da tempo, e si rafforza ogni volta che accendo il televisore).  Se anziché sostituirli, ciò che postula l’esistenza di materiale organico di base, si arrivasse anche a crearli ex novo, la multinazionale dei mattoncini realizzerebbe il Di Maio perfetto.  Certo, l’idea di una loro maggiore durata mi turba parecchio.

Il quesito giurisprudenziale se depositario di tutti i diritti debba essere o meno l’originale mi vede pertanto schierato dalla parte di Berlusconi, sintetico solo fisicamente, che rientra in gioco a ottantadue anni (la mia è anche una solidarietà anagrafica), contro le sue varie copie, tra l’altro malriuscite, che tentano di farlo fuori.  E sia chiaro: se mio figlio domani mi intentasse una battaglia legale, cosa già oggi tutt’altro che insolita, per dimostrare che ho perso una parte di me e quindi non sono più io, rischierei di avvalorare la sua tesi prendendolo per la prima volta a calci nel sedere. Perderei la causa, ma almeno sarei io a determinare e a difendere i confini di ciò che sono.

Infine: l’eventualità di una mia copia, perfettamente identica, che circola per il mondo, è addirittura raccapricciante. Già fatico a dare una giustificazione della mia presenza, figuriamoci di quella di un doppio. Sarebbe solo un inutile spreco, d’aria, d’acqua, di risorse, persino di tempo. Oltretutto, visto che un po’ mi conosco, non riuscirei assolutamente ad andarci d’accordo, così come mi succede con me stesso.  La cosa comunque mi ha turbato. Un tempo il mio incubo ricorrente era quello di perdere tutti i denti. Da qualche mese è diventato quello di essere padre della super-blogger alessandrina “discriminata” dalla scuola perché non ha tempo per frequentare le lezioni, e quindi marito della signora che ha impazzato sul web per tutta l’estate. Ora rischio di sognare tutte le notti una tragedia stevensoniana di gemelli identici, anzi, togliamoci anche il “gemelli”, in mortale conflitto. Dovrò ricorrere agli psicofarmaci.

E chiudo qui. Mi rimane però aperta una domanda. A proposito di fattori esterni (epigenetici?) che incidono sulla coscienza: di cosa si nutre Edoardo?

Paolo Repetto

 

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