Ciao, nonna

Nonna se n’è andata in un insignificante martedì di novembre. Lo sapevamo tutti che sarebbe successo, e sotto certi aspetti glielo auguravamo. Era già da qualche anno che nonna non era più con noi, sicuramente ha iniziato ad allontanarsi un pochino quella volta che mia mamma le ha spiegato come si cucinavano le carote, perché lei non se lo ricordava più. Abbiamo provato tutti a farle tornare i ricordi e quello che sicuramente non si è mai arreso è stato mio nonno, almeno fino a quando non l’ha salutata prima lui, prendendosene cura fino all’ultimo. Eravamo preparati a questo terribile male che ti toglie la dignità poco alla volta, spogliandoti della tua umanità come un vestito che non ti entra più. Vedere una persona cara che si dimentica chi sei è un crimine. Dovrebbe essere vietato per legge. Ma anche se speravamo che se ne andasse serenamente, comunque non eravamo pronti quando è successo, e non credo che qualcuno potrà mai esserlo. Non tanto per il dolore della perdita, che è incolmabile, quanto più per la delusione. Credo che questo senso di vuoto sia dovuto il più delle volte alla banalità con cui finisce la vita. Non è possibile che una cosa così enorme come una vita che nasce e che impiega nove mesi a costruirsi pezzo dopo pezzo, una cosa così speciale e incredibile come la vita, possa spezzarsi ed essere spazzata via in un nebbioso pomeriggio autunnale. La vita dovrebbe finire con il botto, con una pioggia di fiori color arcobaleno accompagnati da un’orchestra di trombe, che rendano onore a tutto ciò che di speciale ha rappresentato quella persona, quella semplice, magica vita.

Niente di tutto ciò però succederà mai, e forse dovremmo imparare ad abituarci al fatto che non solo la vita finisce, ma finisce in modo banale. Una cosa però possiamo ancora farla: non dimenticarci di chi ci ha lasciato, perché il ricordo che ci portiamo dentro vale più di mille fiori color arcobaleno. Ciao, nonna.

In memoria di Yahoo Answer

È di poche settimane fa la notizia che Yahoo Answers, il portale di risposte collaborative, chiuderà definitivamente il 4 maggio: dopo tale data, infatti, non solo non sarà più possibile proporre nuove domande o rispondere a quelle già presenti, ma nemmeno accedere agli archivi. Probabilmente la notizia lascerà indifferente la maggior parte dei lettori, considerando la ridotta popolarità della piattaforma, che veniva utilizzata perlopiù dai millennials. Tuttavia, sono convinto che chi come me, ha speso in passato un po’ del suo tempo nella community di Answers, non potrà non dedicare almeno un fugace pensiero di rimpianto, un sorriso malinconico, a questo vecchio portale che se ne va…

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(Dis)obbedire

Accolgo l’invito di Paolo a riflettere ancora una volta su ciò che stiamo vivendo da ormai più di un anno. Facendo una rapida cernita, mi accorgo che da quando è iniziata la pandemia questa è già la quinta riflessione che scrivo sugli stessi argomenti: a dire la verità sono anche un po’ stufo di non trovare altro di cui parlare, ma è anche (purtroppo) inevitabile che sia così dal momento che questa è praticamente l’unica esperienza che abbiamo da oltre un anno, a parte quelle vissute sul lavoro o immaginate nei libri che per fortuna ci è ancora concesso leggere. E’ la quinta volta dicevo, ma incredibilmente sembra che ogni volta gli argomenti siano diversi dai precedenti e ci sia sempre qualche aspetto che la volta prima mi è sfuggito o sembrava diverso. In effetti molte riflessioni sembrano nuove semplicemente perché cambia il nostro modo di approcciarci agli stessi problemi: per fortuna siamo ancora capaci di fare tesoro delle esperienze passate nonostante l’eterno presente in cui ci troviamo e questo ci consente di affrontare ogni giorno uguale come se fosse un’assoluta novità. Sai che novità, direte voi.

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Conversazione semi-immaginaria sul posto dove non siamo

“Mi sa che voi sulla terra sprechiate il vostro tempo a chiedervi troppi perchè. D’inverno non vedete l’ora che arrivi l’estate, poi d’estate avete paura che ritorni l’inverno. Per questo non vi stancate mai di viaggiare, di rincorrere il posto dove non siete…dove è sempre estate. Non dev’essere un bel lavoro.”

La leggenda del pianista sull’oceano

– Sai, mi manca il Politecnico.

– Sei impazzito?

– Forse sì.

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Se questa è vita

Si può vivere senza sapere perché, ma non si può vivere senza sapere per chi”. E’ una frase che pronunciò il parroco una domenica durante l’omelia, quando ancora frequentavo quei dintorni. Secondo la sua narrazione, non è importante sapere perché siamo vivi, ma piuttosto dovremmo chiederci per chi o per che cosa stiamo vivendo, come se la vita dovesse per forza avere uno scopo che ci indirizza. Credo che sia insito nella nostra natura di esseri umani cercare sempre un fine alle cose prima ancora di capire come funzionano. 

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Naturalmente

C’è un aspetto importante che questa pandemia ha fatto riaffiorare, ma che tuttavia non mi sembra sia stato ancora analizzato. Il coronavirus è la prima vera emergenza, non causata dall’uomo, a riguardare l’umanità intera da almeno 50 anni a questa parte. Per quanto mi riguarda, è la prima emergenza mondiale della mia vita. Credo che il disorientamento che molti di noi provano di fronte a questa situazione inedita sia dovuto al fatto che per la prima volta nelle nostre vite avvertiamo la Natura come Matrigna. L’immagine della Natura a cui siamo abituati è quella che vediamo nei documentari: paesaggi incredibili che destano invidia e stupore per un paradiso perduto, divelto dalla mano artificiale dell’uomo. Ovunque nelle pubblicità continuiamo a sentire il richiamo del naturale come qualcosa di incredibilmente attraente, che si contrappone a ciò che è invece artificiale, industriale, umano. Vogliamo cibo biologico ritenendolo più sano e sicuro di quell’altro (non saprei neanche come definirlo), ci facciamo i selfie in montagna per mostrare quanto amiamo l’ambiente selvaggio, lanciamo hashtags sui social per difendere l’orso polare che sta perdendo il suo habitat naturale nel pack artico.

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Echi dal passato

Eccomi. Manco da molto tempo su queste pagine, ma da quando ho terminato la mia vita da studente non ho ancora imparato a gestire in maniera ordinata il tempo a disposizione. Mi perdonerete se ci siamo lasciati in pieno lockdown con determinati argomenti e riprendo ora a scrivere con gli stessi argomenti di qualche mese fa. Il fatto è che questi mesi di libertà vigilata mi hanno dato la possibilità di riflettere su ciò che leggevo e scrivevo allora e di poter quindi tirare le somme di quanto abbiamo visto. Si sentano in particolar modo chiamati in causa tutti i Viandanti, in quanto sono andato a rileggere le loro riflessioni dalla Quarantena per vedere un po’ che effetto fa analizzarle a distanza di qualche mese e in prossimità, forse, di un nuovo lockdown. Direi che per non perdere le buone abitudini queste riflessioni debbano necessariamente essere strutturate per punti come in precedenza. Non perdiamo quindi tempo:

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Commentarii alle regole del gioco

L’articolo di Marco, che ho apprezzato moltissimo, sia nella sostanza che nella forma in cui è scritto, con una prospettiva fresca e accattivante, prende lo spunto dal tema del gioco; trovo che questo parallelo sia molto appropriato. Il gioco è, infatti, per i bambini, ma più in generale per tutti i cuccioli di mammifero, una delle attività fondamentali tramite la quale conoscere il mondo intorno a sé e simulare, in un ambiente protetto e gestibile, una grande varietà di situazioni; osservando le conseguenze dei propri comportamenti e le reazioni degli altri partecipanti il gioco aiuta a sviluppare le relazioni causa\effetto e, in parte, anche il senso di giusto\sbagliato.

La prima delle condizioni individuate da Marco (conoscere le regole) mi ha condotto ad una riflessione sull’origine e sulla conoscenza delle leggi che ho deciso di condividere con l’autore. 

“tutti conosciamo le regole di base di una convivenza civile, […] sappiamo che non bisogna uccidere, pagare le tasse e poche altre regole fondamentali”

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Le regole del gioco

A quanti giochi sapete giocare? Giochi di carte, altri giochi da tavolo, giochi all’aperto, videogames, giochi di squadra, solitari. Sicuramente moltissimi e, se ve la cavate abbastanza bene, sapete anche che esistono alcune semplici regole, comuni a tutti i giochi, da rispettare:

  1. Tutti i giocatori devono conoscere le regole del gioco
  2. Tutti i giocatori devono rispettare le regole del gioco

Fine delle regole comuni. Perché il gioco funzioni è infatti necessario che tutti i giocatori ne conoscano le regole. Vi è mai capitato di “fare una mano” con le carte scoperte per insegnare a qualcuno come si gioca? O di accordarvi all’inizio della partita per sapere se gli altri giocatori usano il 3 o il 7 nella briscola? Bene, allora sapete cosa intendo. Se poi qualcuno bara, il gioco diventa molto meno divertente e probabilmente salta. 

Inoltre sapete anche che in tutti i giochi alla fine qualcuno vince, mentre gli altri perdono, difficilmente vincono tutti. Il bello di questi giochi, però, è che esiste la possibilità di fare sempre partite nuove e quindi hanno tutti la possibilità di vincere e di giocare partite più fortunate e altre meno. Ora vorrei però segnalarvi un gioco al quale sto giocando da moltissimo tempo, diverso da tutti quelli di cui abbiamo parlato finora. Si chiama: società civile.
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Riflessioni dalla quarantena

Di riflessioni sulla quarantena ne avrete probabilmente lette già di ogni sorta, d’altronde non è che ci sia poi molto da fare in casa per far passare il tempo: un po’ si fanno le pulizie, un po’ si guarda la televisione e un po’ ovviamente si legge, con alcune varianti in mezzo per chi, per esempio, abita in campagna e può dedicarsi, oltre alle pulizie della casa, anche a quelle del giardino. E di riflessioni ne ho lette molte anche io, sensate e meno sensate, le più belle le riporto al fondo di questo articolo nei link, ma prima vorrei contribuire anche io in qualche modo a evidenziare alcune cose. Ecco quindi le mie riflessioni in ordine sparso:

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