Ciao, nonna

Nonna se n’è andata in un insignificante martedì di novembre. Lo sapevamo tutti che sarebbe successo, e sotto certi aspetti glielo auguravamo. Era già da qualche anno che nonna non era più con noi, sicuramente ha iniziato ad allontanarsi un pochino quella volta che mia mamma le ha spiegato come si cucinavano le carote, perché lei non se lo ricordava più. Abbiamo provato tutti a farle tornare i ricordi e quello che sicuramente non si è mai arreso è stato mio nonno, almeno fino a quando non l’ha salutata prima lui, prendendosene cura fino all’ultimo. Eravamo preparati a questo terribile male che ti toglie la dignità poco alla volta, spogliandoti della tua umanità come un vestito che non ti entra più. Vedere una persona cara che si dimentica chi sei è un crimine. Dovrebbe essere vietato per legge. Ma anche se speravamo che se ne andasse serenamente, comunque non eravamo pronti quando è successo, e non credo che qualcuno potrà mai esserlo. Non tanto per il dolore della perdita, che è incolmabile, quanto più per la delusione. Credo che questo senso di vuoto sia dovuto il più delle volte alla banalità con cui finisce la vita. Non è possibile che una cosa così enorme come una vita che nasce e che impiega nove mesi a costruirsi pezzo dopo pezzo, una cosa così speciale e incredibile come la vita, possa spezzarsi ed essere spazzata via in un nebbioso pomeriggio autunnale. La vita dovrebbe finire con il botto, con una pioggia di fiori color arcobaleno accompagnati da un’orchestra di trombe, che rendano onore a tutto ciò che di speciale ha rappresentato quella persona, quella semplice, magica vita.

Niente di tutto ciò però succederà mai, e forse dovremmo imparare ad abituarci al fatto che non solo la vita finisce, ma finisce in modo banale. Una cosa però possiamo ancora farla: non dimenticarci di chi ci ha lasciato, perché il ricordo che ci portiamo dentro vale più di mille fiori color arcobaleno. Ciao, nonna.

Ancora un altro giorno

Non mi sono mai soffermato a riflettere compiutamente sulla morte, se non di sfuggita in qualche pensiero fugace. Forse perché non l’ho mai incontrata da molto vicino, forse perché quando si è giovani non si riesce a concepire la fine della vita, ma solo l’inizio e ciò che ne consegue. La prima volta che ho incontrato la morte è stato molto tempo fa, con la perdita della mia bisnonna, avevo 8 anni credo; a quell’età la morte ci appare come qualcosa di molto strano e curioso, qualcosa che accade per sbaglio alle persone anziane distratte e che tuttavia sembra avere un rimedio, un passaggio a un altro stato dell’essere, che ci provoca profondo dolore momentaneo, ma che svanisce velocemente, appena si trova un altro gioco sufficientemente divertente. In seguito, la morte si è ripresentata in altre occasioni, con la scomparsa di un cugino di mio padre e di una zia di mia madre. Non ho molti ricordi di quei momenti, sono passati abbastanza in fretta, non per insensibilità, ma perché ero ancora “piccolo” e nonostante l’affetto che potevo provare per quei parenti prossimi, non erano persone che frequentavo così spesso da sentire un profondo vuoto dalla loro mancanza.

Continua a leggere “Ancora un altro giorno”